Ho compiuto una follia: stamattina mi sono alzato all’alba e ho disinstallato AdBlock.

Soltanto la privazione del sonno e le ondate di reflusso gastrico potevano ottundermi al punto da facilitare l’atto conclusivo di una decisione meditata ma non per questo meno sofferta: durante la sua irreprensibile carriera, nel corso di migliaia di spericolate sessioni di navigazione all’interno di magazine, blog e siti porno, AdBlock si è infatti confermato un alleato più che coscienzioso nell’occultare alla mia vista innumerevoli pop-up e banner, nell’abortire ogni tentativo di Youtube di costringermi a guardare anche soltanto cinque secondi di pubblicità, nell’impedire che, alla smaniosa ricerca di un paio di ventenni toniche e vogliose di esplorare i rispettivi orifizi in qualche lussuoso attico losangelino, finissi invece con l’imbattermi inavvertitamente in un’orgia amateur girata con mezzi di fortuna da scambisti transessuali in un oscuro seminterrato del Minnesota – esperienza che più di una volta mi ha spento l’eccitazione e fatto dubitare della mia eterosessualità.

Eppure, mentre tutelava il mio processo di apprendimento dalle scocciature del consumismo, e favoriva il vigore e la tenuta delle mie erezioni, con la stessa precisione chirurgica AdBlock contribuiva al collasso economico di tutto un settore (quello dell’informazione, del giornalismo, dell’editoria) e negava gli ultimi anni di moderata spensieratezza e relativo agio a schiere di bravi professionisti comunque destinati, nella migliore delle ipotesi, a essere soppiantati molto presto da robot e algoritmi in grado di produrre un numero maggiore di sinonimi al secondo. Non ricordo chi ha detto che ormai la stampa e la pornografia sono chiamate a rispettare gli stessi criteri e a soddisfare le stesse pretese: devono essere sempre disponibili, 24 ore al giorno, ma nessuno ha intenzione di pagare per averle.

Ma in questo contesto, priva del fondamentale contributo delle pubblicità, l’editoria appare sempre di più un modello economico insostenibile, anche contando che storicamente la fregna ha sempre venduto molte più copie dell’ISIS. Certo, oggi senza AdBlock i siti porno mi spalancano più finestre di un giornata di vento, ma se posso tollerare l’incomodo per ammirare le evoluzioni di una smandrappata al silicone, immagino di poter ben sopportare lo stesso fastidio quando c’è da finanziare il miserabile stipendio di un trentenne precario che, in qualche sperduta redazione locale di Belluno o Caltanissetta, è costretto a copiare dalla BBC per rispettare consegne impossibili o a postare Belen Rodriguez e cuccioli di gatto per strappare qualche click in più.

E in poche ore mi sono già accorto di tutte le imperdibili offerte che Adblock – non capisco perché – si ostinava a volermi nascondere: ormai ho un cazzo di 25cm e guadagno 538.617 euro al mese, sono davvero euforico.