Ti aspettavo.

Ti aspettavo contando i giorni, misurando i minuti, sospirando per ogni secondo passato senza di te.

Troppe incomprensioni, tra di noi, una per ogni chiamata senza risposta, e per tutte quelle rifiutate, e per quelle interrotte bruscamente, e per quelle bisbigliate in disparte, appartati, lontano dall’orecchio giudice di amici e parenti.

Per imbarazzo, vergogna o paura, chissà, probabilmente è come dire la stessa cosa.

Sfaccettature diverse del medesimo turbamento, o disagio, o determinazione, o follia che mi porta a chiudere gli occhi, nonostante tutto, davanti all’incomunicabilità insinuatasi poco a poco in ogni appuntamento mancato, in ogni indecifrabile ritardo, nel silenzio che ormai sembra accompagnare tutte le allusioni e le mezze parole e le frasi lasciate in sospeso, che rimandano a un codice segreto, tutto nostro, che non sappiamo decifrare più.

Ne sono testimoni tutti i messaggi in piena notte, mai ricevuti, o forse letti e ignorati, non voglio saperlo, e gli squilli a vuoto, l’immediato contrappunto dello smarrimento moderno, troppi ‘visualizzato alle ore’ su cui appendere l’angoscia, la mia angoscia, il mio disgraziato bisogno di te, quello che mi spinge a perdonare, per l’ennesima volta, i difetti e le mancanze, l’egoismo e la noncuranza, l’inaffidabilità delle tue parole, l’ambiguità dei tuoi intenti, quei momenti difficili in cui avevi promesso, eppure non c’eri.

E anche oggi si ripete l’inseguimento matto e disperatissimo che mi sbatte in macchina e mi guida lungo le solite strade, per infilarmi nel parcheggio come nell’abbraccio caldo di un confidente, ne ha visti, questo spiazzo, di incontri fugaci, gentilezze rinfacciate, liti e riappacificazioni, e appena ti scorgo, il cenno rapido, quasi timido, che mi fai con la mano è già preludio di gioia e inquietudine, di scuse e giustificazioni, di abbracci tesi, di parole secche e frasi brevi, gli stanchi rituali a cui continuo a sottopormi, ignorando il tedio, l’ansia, il fastidio, la crescente angoscia che mi coglie mentre avanzo verso l’ineluttabile, basta un solo sguardo per capire che sai fin troppo bene fin dove si spinge il mio bisogno di te, troppo spesso arriva a spaventarmi la tua consapevolezza, perché alla fine di questo incontro, delle poche cose che abbiamo da dirci, so che ti tratterrai solo per lo stretto necessario, per questioni ormai che sono di pura forma e cortesia, poi mi tenderai la mano, saluterai sbrigativamente, giusto il tempo di una battuta di circostanza e sarai già altrove, chissà dove, chissà con chi, lasciandomi a fare i conti con le bugie svendute, con le crepe inferte, col dolore che anche stasera mi fa lacrimare gli occhi e raschiare la gola.

Mortacci tua, che fumo demmerda mi hai venduto pure stavolta.