Da piccolo volevo stare costantemente appiccicato a mio padre.

Il che rappresentava un problema, essendo mio padre un gran lavoratore che nella sua vita ha conosciuto pochi weekend liberi.

Quando mio padre si assentava per lavoro smaniavo e facevo sempre i capricci, finché un giorno, di domenica, proprio sul punto di uscire di casa, inquadrato perfettamente nella cornice della porta, agghindato come suo solito per trasmettere un’aura di professionalità, dedizione e successo, mio padre si chinò, asciugò le mie lacrime, mi diede un bacio sulla guancia e mi disse: “Figliolo, la dimensione della nostra mancanza è la misura del nostro amore. Non può esserci l’una senza l’altra, come non può esserci luce senza ombra, divertimento senza responsabilità, gioia senza disperazione. È proprio nelle differenze che si misura l’oscillazione della nostra umanità, e proprio queste ambivalenze ci arricchiscono in un modo o nell’altro. Mentre sono a lavoro ti penso e mi manchi, ma so che proprio questa mancanza è l’attributo più grande dell’amore che provo per te: la mia presenza e la mia assenza sono la stessa cosa, e ti assicuro che un giorno ti ritroverai ad apprezzare sia l’una che l’altra”.

Ammetto che all’epoca non capii molte delle sue parole, ma una cosa mi ricordo benissimo: da quel giorno smisi di fare i capricci, perché quando doveva assentarsi per lavoro sapevo di potermi scaldare il cuore con la certezza che proprio in quel momento anche mio padre stava pensando a me, e che arrivata la sera si sarebbe fiondato a casa per abbracciarmi, stanco ma sorridente, subito dopo aver celebrato l’ultima messa.